Quando ogni intero che natura mena
alzi a potenza, e poni un sopra a quello,
e in somma aduni la lor lunga vena,
vedrai miracol fuor d’ogni modello:
i primi soli, dui, tre, cinque e sette,
moltiplicati, fanno il gran ruscello.
Spingi il tuo conto oltre l’usate vette,
ché la ragion, dove il sommar non basta,
trova al gran conto vie novelle e rette.
S’apre fra zero e l’uno piaggia vasta:
quivi stan quei che ’l mondo “zeri” chiama,
ove la somma vien nulla e si guasta.
A mezzo giusto (e qui scopri la trama)
specchio si leva: dagli un terzo, intanto
dui terzi rende; ciò che l’uno brama
compie a ciascuno: e non è gioco o vanto.
Credesi, e prova il mondo ancor non vede,
che ognun de’ zeri al mezzo ha il seggio santo.
Or fingi un regno che fra noi non siede
(fingere è l’arte onde ogni prova è nata):
occhio nol coglie, e ’l numero il possiede.
Va per quel regno un’onda mai posata,
e ad ogni primo serba un chiuso giro:
quivi l’andata sua fassi tornata.
La sua misura (e non è van deliro)
è quel passo che muta, con certezza,
ogni produtto in somma: a ciò m’aggiro.
Volge quell’onda, con somma destrezza,
ordigno tal che mai non fu veduto,
e pur del regno è la maggior fortezza.
Conta ove il moto suo non è sentuto:
ritroverai li primi tutti quanti.
Questo è de’ numeri il patto assoluto.
Ma le sue voci, l’una a l’altra inanti,
salgon l’altezze ove la somma tace:
una per zero, come fidi amanti.
E il gran segreto in questo solo giace:
l’ordigno al suo riflesso è in tutto eguale,
qual chi si specchia e con sé fa la pace.
Però sua voce è schietta e naturale,
senza ombra alcuna di quel “più di meno”;
e l’una appresso a l’altra mai non sale.
Sta una bilancia su quel gran terreno:
qual peso poni, mai dal manco pende;
e basta questa a far il vero pieno.
Quinci la somma verità discende:
ciascuno zero ha seggio in su quel mezzo.
Canzon, non nata per ischerzo o vezzo,
di’ che fui scritta, e non con passi tardi,
nel doppio mille, a venti e sei nel mezzo,
ne la città de’ fisici gagliardi.
[Angelo Rizzo]
